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I quaderni della fantasia: nuovi esercizi di stile per dare senso e potere alle parole ( di Livio Sossi)
Cari amici, devo confessare la forte curiosità che ho provato non appena ho ricevuto questo volume. Mi incuriosiva il titolo, I quaderni della fantasia, un titolo tipicamente rodariano che mi rinviava inequivocabilmente a quella Grammatica della fantasia che resta, a distanza di anni dalla prima pubblicazione, una pietra miliare nella nostra storia della letteratura per l'infanzia, ma anche, come recitava e recita il sottotitolo, nell'arte di inventare le storie. Rodari vi proponeva un nuovo approccio pedagogico alla lettura e alla scrittura, una nuova pedagogia della creatività che potrebbe riassumersi in quattro verbi: "dire, fare, giocare, immaginare". Mi incuriosiva il nome del prefatore, Alessandro Bergonzoni, che oggi sarebbe dovuto essere qui fra noi. Quale legame poteva esserci fra un grande uomo di teatro, attore, regista e scrittore tra i più fortemente innovativi di questi nostri anni e il contenuto di questo volume che raccoglie gli elaborati, gli scritti di tanti ragazzi delle scuole dell'obbligo del Salernitano, realizzati sotto la guida dei professori Mimmo Barba, Antonietta Ambrosano e Attilio Bonadies? Il legame come vedremo, c'è. Ed è un legame profondo che ha il suo centro propulsore nella parola. Una parola che si fa teatrale perché gioca con lo spazio, quello reale e quello immaginario, quello interiore del pensiero e quello esteriore del corpo, e ci rende tutti compartecipi, co-protagonisti, attori alla ricerca di segni e significati che possono rendere leggibile il nostro mondo e magari illuminare la nostra esistenza. Ancora oggi ho in effetti una certa difficoltà a catalogare questo volume, a etichettarlo, a collocarlo in un preciso ambito o genere letterario, perché in fondo I quaderni della fantasia sfuggono - vogliono sfuggire ad ogni classificazione. Non poteva essere diversamente trattandosi di fantasia. Che cosa sono dunque questo o questi Quaderni? Un'antologia letteraria di testi scritti da ragazzi? Una guida pedagogico-didattica per i docenti della scuola dell'obbligo? Un saggio sulla scrittura giovanile? Una serie di proposte teatrali e drammaturgiche con indicazione di lavoro per mettere in scena a scuola uno spettacolo? Sono esercizi di fantastica? O un manuale di scrittura creativa? Beh, I quaderni sono senz'altro tutto questo e non solo. Sono - e lo stesso titolo "Quaderni" ce lo indica, appunti di lavoro. Proposte. Riflessioni. Potremmo definirli forse, richiamandoci a Quenau, "Esercizi di stile", tanto è presente in questi scritti la componente - ma dovremmo dire il rigore - letterario e formale, o "Prove d'autore" per il gioco di esplorazione di invenzione linguistica e creativa che hanno dimostrato questi ragazzi. L'amico professor Mimmo Barba che di questo volume è uno dei curatori insieme ai professori Antonietta Ambrosano e Attilio Bonadies, nella sua introduzione - citando Antonio Faeti - parla di officina letteraria, un'officina è un luogo dove si lavora, dove si mettono insieme i pezzi di un'automobile o i pezzi, le componenti del linguaggio. Ed è questo che hanno fatto questi ragazzi: sono diventati operai e artigiani della scrittura. Forse si potrebbe parlare di “opificio letterario”, opificio è la traduzione italiana del termine francese Ouvroir, presente nell’OULIPO, l’Ouvroir de Letterature Potentielle, l'Opificio di Letteratura Potenziale, fondata nel 1960 in Francia da un gruppo di studiosi, letterati e matematici fra cui Jean Lescure, Raymond Queneau (si proprio lui, quello degli Esercizi di stile ), e Francois Le Lionnais, e il cui obiettivo era quello di scoprire le potenzialità della lingua, le potenzialità del linguaggio Come gli oulipiani i ragazzi hanno lavorato sulle strutture linguistiche, hanno lavorato dicevamo sulle diverse componenti del linguaggio e dell'immaginario, si sono divertiti a smontarle queste componenti, come si smontano i pezzi di orologio, per comprenderne il funzionamento, e ad assemblarle in modo nuovo, ludico, creativo. Hanno imparato i meccanismi della lingua e hanno ri-creato la scrittura. Ecco perché collego questi Quaderni alle esperienze Oulipiane. Perché l’OULIPO - ma anche lo stesso Rodari - parte dall'idea che la letteratura come pure il teatro siano prima di tutto un gioco, che - come scriveva Calvino nell'ultima delle Lezioni Americane, “può dare come risultato una libertà e una ricchezza inventiva inesauribile. Calvino, come anche Umberto Eco, lo sappiamo fu tra i primi italiani ad aderire all’OULIPO: molte delle opere calviniane, penso ad esempio a il destino dei castelli incrociati in cui troviamo anticipate le tecniche dell'ars combinatoria che daranno vita negli anni 80 al game book, sono di derivazione oulepiana. E Umberto Eco fa applicare le tecniche oulepiane del lipogramma e del tautogramma agli studenti del suo corso di semiotica all'Università di Bologna e ne raccoglie gli elaborati nel volume Povero Pinocchio! Lo stesso Rodari poi sosteneva che la letteratura è un gioco. Un gioco sottoposto a regole, ma comunque un gioco. Dunque per giocare alla scrittura servono le regole. Sono quelle che Mimmo Barba fornisce ai ragazzi dei suoi laboratori e che possiamo leggere anche in questo libro: intanto le domande ovvero la formulazione di ipotesi narrative. Spesso sono ipotesi improbabili, impossibili o fantastiche nate dall'accostamento di oggetti lontani per campi semantici. Domande costruite secondo uno schema precostituito; oppure - ed è l'applicazione di un gioco ouplepiano - sono giochi di invenzione collettiva, il gioco delle piccole carte, quello praticato dai surrealisti francesi, dove ciascuno scrive un pezzo di storia all'insaputa del compagno di gioco che deve poi continuare la storia a partire dall'ultima parola scritta dal primo La grande lezione rodariana è evidente. Gli autori si servono delle tecniche rodariane del binomio fantastico: fanno inventare ai bambini di una 2a e 3a classe di una scuola primaria microstorie attraverso l'accostamento di due sostantivi opposti e contrastanti tra loro; del “ cosa succederebbe se...” da cui hanno origine tutta una serie di ipotesi fantastiche “Cosa succederebbe se a Sapri improvvisamente scomparisse il mare?” È partendo da questa ipotesi ad esempio che i bambini della scuola primaria e secondaria di primo grado di Sapri hanno costruito microstorie fantastiche che, come nei racconti più belli di Gianni Rodari, partono da uno scarto semantico, dall'accostamento inedito tra due parole. Mi capita spesso editing. E si prosegue con altri suggerimenti, dai cognomi e nomi in rima che troviamo tra le proposte di Ersilia Zamponi nell'ormai (spero ) noto I draghi logopei, alla rielaborazione o manipolazione di testi preesistenti, eseguite con la tecnica del “rovesciamento”: rovesciamento di attributi, rovesciamento di ruoli, rovesciamento di punti di vista narrativi. Una modalità di scrittura che è ben presente nella letteratura giovanile contemporanea e che ha dato origine ad autentici capolavori. Penso ad esempio a La brutta addormentata nel bosco di Gregoire Solotareff pubblicato ormai diversi anni fa dalla Junior Mondadori, penso a I tre piccoli lupi e il maiale cattivo, rovesciamento della nota fiaba del lupo e dei tre porcellini, del greco Eugene Trivizas, pubblicato in Italia da Castalia di Torino con le splendide illustrazioni di Helen Oxembury. Penso soprattutto ai libri dell'argentino Fabian editi da Orecchio Acerbo di Roma, a In bocca al lupo, riscrittura della fiaba di Cappuccetto Rosso “dalla parte del lupo”, e al recentissimo - viene presentato in fiera - e straordinario gioiello letterario Occhiopin dove Negrin rovescia il Pinocchio collodiano. I ragazzi di Mimmo Barba “giocano le parole” come direbbe Pontremoli, attingono al loro potere combinatorio e liberatorio, reinvestano i meccanismi ludico interativi delle filastrocche, si servono per affrontare la scrittura di stimoli acustici, tattili, visivi. Utilizzano il linguaggio del corpo. Perché per scrivere è necessario utilizzare tutti i nostri sensi, tutte le modalità sensoriali. Dobbiamo reimparare ad ascoltare le tante voci che ogni giorno, in ogni ora della giornata ci parlano. Gli scrittori - io dico - dovrebbero soprattutto imparare ad ascoltare le voci dei bambini. E dobbiamo reimparare ad ascoltare i silenzi E non basta ancora. Ciò che mi ha sorpreso, leggendo i loro testi, è la capacità di combinare tra loro i diversi linguaggi: una contaminazione che caratterizza anche i migliori autori della nostra letteratura giovanile, penso ad esempio allo straordinario Gorgius di Angela Nanetti, penso ai libri di Antonio Ferrara, al recente Ferite. Un ragazzo racconta la guerra che ho pubblicato nella collana di narrativa che dirigo per l'editore Falzea di Reggio Calabria. Si contaminano i linguaggi, si contaminano i generi in quello che potremmo definire uno straordinario meticciamento letterario. Bergonzoni nel suo intervento parla di commistione. Così dall'invenzione e dalla scrittura di storie, fantastiche, oniriche, surreali, questi ragazzi sono passati alla scrittura di versi in rima, hanno giocato con le assonanze e con le allitterazioni, ricercando lo stesso suono in parole diverse, come ha fatto l’amica Nicoletta Codignola in Alfabetrocca. Come punto di partenza si sono serviti di modelli poetici, i componimenti di Rodari e di Alfonso Gatto che di Rodari è stato l'indiscutibile Maestro; ne hanno individuato la struttura, e poi ci sono divertiti ad applicare questa struttura alle loro invenzioni letterarie: un percorso che veniva proposto diversi anni fa anche da Eros Miari nell’ ormai introvabile la parola saporita. E di modelli se ne potrebbero proporre altri: da Nicoletta Costa a Bruno Tognolini, da Guido Quarzo al compianto Giuseppe Pontremoli, un grande maestro che sapeva ascoltare i bambini, e al suo Ballata per tutto l'anno e altri canti. E dalla scrittura in versi o in prosa sono giunti poi alla scrittura drammaturgica, al linguaggio teatrale. Sulla necessità che nelle nostre scuole i docenti affrontino con i loro alunni questi linguaggi, affrontino il linguaggio orale, quello teatrale, quello iconografico, quello cinematografico, quello televisivo, quello pubblicitario, quello tecnologico, mi sono soffermato più volte anche recentemente. Se oggi l'analfabetismo strumentale è stato sconfitto, la scuola deve contrastare le nuove forme di analfabetismo connesse per l’appunto con questi linguaggi i cui codici devono essere conosciuti, decodificati ed appresi. E’ fondamentale conoscerne il funzionamento per dominarli. Ma - mi chiedo - conoscono i docenti i codici del linguaggio teatrale? E conoscono i codici del linguaggio iconico? Il passaggio dalla scrittura narrativa alla scrittura drammaturgica o teatrale è un passaggio fondamentale. Mi scuso per l'autocitazione, ma proprio per documentare questo passaggio ho ideato per le edizioni Edicolors, la serie “I Contastorie Teatro”, bilibri che contengono da una parte appunto il testo narrativo e dall'altra la versione drammaturgica dello stesso testo messo in scena da molte compagnie teatrali di teatro ragazzi come La Piccionaia di Vicenza. E proprio nella scrittura teatrale i ragazzi hanno dimostrato la forza della loro invenzione creativa: un'arte creativa che esplora tutti i luoghi dell'immaginario e tutte le forme letterarie, per esprimere un senso diverso delle cose, anche attraverso lo straniamento caro a Rodari (Cito a memoria: “La palma della mano i datteri non fa… " ), anche attraverso la consapevolezza che il linguaggio possiede una sua funzione critica che può contrastare l'omologazione dell'immaginario che caratterizza il nostro tempo e che è stata denunciata da Jack Zipes nell’importante saggio Oltre il giardino. Il libro mi pone, ci pone diversi problemi: intanto sulla dibattuta questio della scrittura giovanile. Possiede o non possiede valore letterario? Leggendo i testi, quelli narrativi e quelli drammaturgici raccolti in questo volume, la risposta non potrebbe che essere positiva. Quanto leggiamo è sicuramente letteratura e forse è buona letteratura. Mi ha sorpreso la capacità di invenzione creativa dei ragazzi, mi ha colpito il fascino visionario della scrittura drammaturgica, mi ha affascinato vedere come si sono impadroniti del potere se vogliamo magico ed affabulatorio della parola: una parola che - come scrive il mio amico Antonio Ferrara -avvicina ciò che è lontano. Una parola che ci costringe a pensare, a riflettere sul senso delle cose e dell'esistenza. Il merito è dei ragazzi, certo, ma anche della metodologia seguita da Mimmo Barba e colleghi. Li vedremo in azione in questi giorni proprio qui in Fiera a Bologna con alcune classi. I ragazzi devono essere orientati, devono essere guidati nell'affascinante mondo della scrittura. Devono - si diceva - soprattutto comprenderne i meccanismi, devono comprendere come funziona il linguaggio. Perché allora acquistare questo libro? Per tutti i motivi che finora ho cercato di illustrare, ma soprattutto perché consente ad altri ragazzi ed insegnanti di seguire il percorso di Mimmo Barba e di impossessarsi dello straordinario potere della parola. Con le parole si può cambiare il mondo. Con le parole si può cambiare il destino dell'uomo. E scusate se è poco. Grazie a Mimmo Barba, grazie all'editore Guida di Napoli che ha creduto in questo libro. Con stima Bologna, 25.03.2006. Livio Sossi |