RICCARDO REIM

Prefazione
Percorsi, strade, regole. Trovare, ritrovare. Tracce, segni, indizi. Decifrare, comprendere, imparare. Antonio Faeti, assai giustamente, chiama in causa la “grammatica” e la “fantasia, chiarisce nelle sue parole di presentazione l’importanza dell’”officina” dove “agisce il linguaggio poetico”, luogo di apprendistato per coniugare l’homo faber con l’homo ludens, “in cui si scoprono modi, ricette, paradigmi, ambiti, tradizioni, usi, atteggiamenti” e “si constata come la lingua deve essere fatta vivere, non improvvisando con sciagurata faciloneria, ma ritrovando percorsi già indicati da altri e percorrendo strade in cui sono transitati illustri precursori”. Parole ineccepibili, che ne richiamano alla mente altre, antiche di oltre due secoli, di Carlo Goldoni, il quale sottolineava come “de retro a ogni arte s’habbia a intravveder perizia di mestiere”, ovvero, come si accennava, quell’impadronirsi degli strumenti (necessari, necessarissimi, indispensabili) senza i quali, per l’appunto, la “sciagurata faciloneria” invade il campo con la velocità di una pestilenza il cui contagio fa divenire ogni cosa vuota, inutile, insulsa oscena - oscena proprio nel senso più antico del termine: ob scaena, fuori dalla scena, indegna in qualche modo di essa, non consona, da fare, semmai, altrove. I ragazzi del progetto intelligentemente elaborato da Mimmo Barba e Antonietta Ambrosano hanno creato i copioni raccolti nel presente volume attraverso il percorso educativo (ovvero di conoscenza di aspetti ignorati dalla propria personalità) durato un intero anno scolastico, con l’intervento – non la guida – di un docente. Verrebbe da dire “con la complicità”, perché, a mio parere, si tratta di risultati piuttosto notevoli. Colpisce, nella scrittura, il franco (e consapevole) divertimento che scaturisce da ogni battuta, la salutare capacità di ironia e autoironia con cui si osserva la realtà circostante, nonché se stessi: la capacità di amministrare – mi sembra il termine più esatto – un mondo che, sempre più, tritura ogni cosa in un gigantesco, onnicomprensivo, indigesto fast food nel cui sterminato menu è sempre più problematico scegliere –quando scegliere sia possibile. E dunque lo sberleffo (che non riesce a nascondere – ma poi vuole farlo davvero? – una sottile inquietudine) consiste proprio nel cumulare, in una sorta di svendita, con humor e consapevolezza, “di tutto e di più”: miti antichi e nuovi creati dalla leggenda o dai media, personaggi fantastici e reali, sublimi e beceri, eroici e risibili, tragici ed esilaranti. Ulisse, Piero Chiambretti, Agamennone, Maurizio Costanzo, Raffaella Carrà, Andromaca, Bruno Vespa, Poliremo, Penelope, Maria De Filippi, Circe…tutto convive, si sovrappone, si mescola, si mistifica, esatto contrario di una realtà sempre più caotica e fuori di ogni misura. “Questi ragazzi – scrive ancora Faeti – sono entrati, come Alice, al di là dello specchio”: è vero, la scena è lo specchio – temerariamente fedele e contrario – della platea, che vi si ammira in un “lusinghiero insulto”, come asseriva Genet, e come tale è ingannevole. Bisogna, per l’appunto, penetrare “al di là” (anche se costa qualche fatica) per poter riferire, al ritorno, come Alice, quel che ci si è trovato, con senso critico, senza pudori e senza infingimenti. Perché è di questo che si nutre l’intelligenza. Riccardo Reim
Roma febbraio 2002