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ANTONIO FAETI
Caro professore Mimmo Barba, le faccio perdere ancora del tempo – dopo l’incredibile ritardo con cui le invio le mie note – perché spedisco in penna. Sono privo delle ragazze di Hamelin che trascrivono di solito le mie cose e ora sono in montagna a leggere – dicono – i tanti libri che di recente ho consigliato. Sono qui solo, in una ricca città deserta che è tornata bella come era quando ero bambino o come quando Buckart e Carducci la trovavano la più bella città italiana. Poi i “giornalieri” torneranno e lei tornerà brutta. (Ma riserva ancora luci, portici, ombre, colori per i suoi pochi amanti come me…) Buon anno e buon lavoro. Antonio Faeti 30.12.2001 Per resistere di Antonio Faeti C’è un verso bello e inquietante in questa raccolta di testi scritti da ragazzi . “non posso sentire / urla di tifosi giornalieri “. Sembra un programma esistenziale, più che una dichiarazione di poetica. Quando, infatti, noi adulti pensiamo alla collocazione dei ragazzi entro quel mondo che noi abbiamo costruito, non possiamo evitare di sentirci molto a disagio. Sappiamo che questo mondo è, appunto, pieno di “tifosi giornalieri”, ovvero di urlanti sostenitore del nulla, di fragorosi seguaci di un’ideologia fantasmatica, senza contorni e tuttavia violenta, durissima, ottenebrante. Hanno scoperto l’incredibile fascino della parola, questi ragazzi, sono divenuti subito avversari dei “tifosi giornalieri”. Loro, i “tifosi giornalieri”, in verità non parlano, non comunicano davvero. Prendono ogni giorno, appunto, in prestito da un biscazziere televisivo una espressione linguistica torva, impropria, consunta, e subito se ne fanno un blasone, dicono di appartenere ad una premiata tifoseria, di far parte di una congregavincente. Immersi nelle più gelide distopie create da Orwell, da Uxley, da Bradbury, noi non abbiamo, se resistenti,se appartati, se discosti, nulla da dire ai giornalieri. Fra gli otto paesi a pari livello, o quasi, in fatto di sviluppo industriale, di benessere economico, noi siamo gli ultimi per quanto riguarda la lettura. C’è stato un appello fresco, accorato, dolente, dovuto alla consorte del nostro Presidente: belle parole dette al momento giusto, per far leggere, per dare un senso alla vergogna di questa constatazione. Ma dopo i rituali e frettolosi riferimenti quasi d’obbligo, si è tornati alla consueta indifferenza. Poi, per le feste, gli italiani si sono scambiati milioni e milioni di SMS: tifosi anche di questo strumento che, nella fretta distruttiva dei sentimenti e della memoria, neppure può dirsi giornaliero, perché si consuma mentre appare, non vuole durare, programmaticamente. Questi ragazzi sono entrati, come Alice al di là dello specchio, nella grande officina che, per tradizione, vede agire il linguaggio poetico. Si sentono apprendisti, sono consapevoli della necessità di apprendere regole, ma sanno bene che si tratta di “reglole del gioco”. Oggi, per via dell’inclemente successo “global” che premia Harry Potter e i tanti sponsor che lo spingono nel pianeta, si straparla di fantasia e si odono voci allucinanti di personaggi a cui la Fantasia è negata, come se, contro di essa, fossero stati vaccinati da bambini. Venti anni fa, nel primo dei convegli organizzati per ricordare Gianni Rodari, si trovò uno splendido titolo: “Se la Fantasia cavalca con la Ragione”. Faceva proprio riferimento al profondo sentire del grande scrittore che aveva sempre collegato la “fantasia” alla “grammatica”. Qui c’è appunto il risultato dell’operosa presenza in officina, in cui si scoprono modi, ricette, paradigmi, ambiti, tradizioni, usi, atteggiamenti. Si constata come la lingua deve essere fatta vivere, non improvvisando con sciagurata faciloneria, ma ritrovando percorsi già indicati da altri e percorrendo strade in cui sono transitati illustri precursori. Ci sono, o ci sarebbero, moltissime considerazioni da esporre a proposito di questa officina di ragazzi. La prima, che supera tutte le altre, è di carattere etico, non estetico. I ragazzi, lavorando in un certo modo sui versi, capiscono che l’uso delle parole è complesso, variegato, scaturito da scelte millenarie. E così avvertono che l’esclusione ottenebrante imposto dai manipolatori dei media, pone ai margini quelli che non si sentono “tifosi giornalieri”, ma operano contro l’effimero e il contingente. Un gioco con radici antiche, un gioco che spinge così all’interno di se stessi da scoprire quello che Roger Caillois chiamò il “cuore del fantastico”. Etica del sentirsi proprietari di sé con le proprie parole, impegno nel lavorare entro gli spazi indicati dallo strumento linguistico, rigore nella scoperta di appartenere a una tradizione tanto fulgida, così nobile. E’ questo il vero risultato pedagogico che consegue chi scopre i labirinti delle metafore, i teatri delle illusioni linguistiche, le fabbriche di una comunicazione ricca, duttile allusiva, fortemente individuale. Come insegna la distopia fantascientifica, le dittature operano sempre sul linguaggio e bruciano i libri : si chieda in giro di quanto sono calati i tempi di permanenza dei volumi negli scaffali delle librerie, e si scoprirà che il verbo “ ha molti significati, anche metaforici, appunto.bruciare”. Ho alluso alla possibilità di una tremenda vaccinazione, ma ne esistono, è ovvio, anche di benefiche. I ragazzi che vivono ore operose in questa officina sono vaccinati anche loro contro il morbo del “giornaliero”. Riscoprono lo splendore di una lingua bella e variegata, così immensa e maneggevole da potersi collegare a uno stile personale e a un’identità. Una lingua che, come in tanti giochi poetici qui esposti, brilla di novità autentica proprio mentre ritrova la risonanza di echi antichi. Per resistere, per opporsi, per contrastare ogni apparizioni dei Biechi Blu contro cui lottava un famoso Sottomarino Giallo, non servono slogan, proclami, radunate, striscioni, fiaccolate, graffiti. Servono, invece, proprio le officine: è in esse che si scopre come i tifosi sono giornalieri, appunto. Con la sicurezza che non prevarranno. |